Numero 4/2017

Voglia di verde

Editoriale a cura di Giorgio Passera

Ne sono convintissimo: in ogni Ticinese si nasconde un ortolano.

L’amore per la coltivazione di verdure fa parte del suo codice genetico, della sua profonda identità, che gli deriva sicuramente da un passato atavico fatto di fatiche, di sudore, di lotta per la sopravvivenza, ma anche di piacere e soddisfazione nel contatto e nel lavoro con la terra. Appena ne abbiamo la possibilità, appena entriamo in possesso di qualche metro quadrato di terra, di un appezzamento anche minimo, magari solo di qualche cassetta sul balcone, non esitiamo a mettere a dimora erbe, erbette, insalatine, magari qualche pomodoro.

E non è certo perché abbiamo bisogno di queste verdure e non si tratta nemmeno di una questione di risparmio (tutto sommato il supermercato ci offre sempre merce in quantità a prezzi sicuramente più contenuti).

Il fatto è che ci appassiona vedere crescere, seguire passo per passo lo sviluppo di radici, fusto, foglie e frutti. E di tutte queste fasi discutiamo animatamente, con competenze a volte riconosciute e spesso solo millantate. Scrutiamo il cielo in attesa dei suoi segnali: sole, pioggia, vento, e ci adeguiamo. Concimi, zappature, innaffiature provvidenziali, misure atte a garantire il pieno successo del nostro orto. E il tutto non si ferma in autunno / inverno: chi di noi non ha piantato qualche seme di pomodoro in casa e non ne ha scrutato la germinazione, giorno dopo giorno? Chi di noi non si è mai documentato su libri e riviste mentre la terra riposa, per migliorare la qualità del prodotto l’estate successiva?

Queste mie considerazioni hanno preso nuova sostanza e nuove conferme da alcune notizie che ci arrivano almeno da due nostre città: Chiasso e Lugano.

Ed è bizzarro che non ci arrivino dalla campagna. Bizzarro ma comprensibile: per anni e anni nei nostri centri il verde è stato sistematicamente annientato a favore del cemento. Ora, almeno questa è la mia netta impressione, nei pensieri e nelle azioni dei nostri politici, sta emergendo un sano e salutare senso di colpa, del “salviamo il salvabile”.

Un tempo non era necessario preoccuparsi del verde in città: ce n’era abbastanza, ma ora ogni centimetro quadrato sta diventando prezioso. Quando vedo nel pieno centro di Chiasso enormi vasi blu dai quali spuntano ortaggi (pomodori, basilico, peperoni e altro) e quando i media locali riferiscono degli unanimi consensi espressi dalla cittadinanza, mi convinco sempre di più che sto ragionando bene.

Da Lugano, poi, città che più delle altre ha subito un imponente impoverimento del verde, giungono segnali pesanti ormai da anni, in modo continuo. L’amministrazione si dimostra fortunatamente molto sensibile alla questione e non perde occasione per impegnarsi per salvare quello che può essere salvato o per migliorare ed estendere, magari anche sono di pochi metri quadrati, la quantità di verde sul proprio territorio. È della fine dello scorso giugno la pubblicazione dei risultati di un’inchiesta condotta dall’Officina del paesaggio a cui hanno partecipato circa 350 persone, interrogate sulla possibilità di realizzare e coltivare orti in città.

Un’inchiesta che ci fornisce dati interessanti: per esempio che la maggioranza di chi ha risposto è composta da donne e che l’età dei partecipanti è molto ampia: dai 15 ai 95 anni. L’età più rappresentata si situa comunque attorno ai 30 anni: persone impegnate a tempo pieno nel mondo del lavoro che dimostrano con questa loro presa di posizione di voler fare del proprio tempo libero un’occasione per riprendere il contatto antico e salutare con la terra. L’orto si rivela quindi come possibile luogo di incontro, come fonte di prodotti a chilometro zero e come opportunità per valorizzare parti di territorio abbandonate o inutilizzate. E l’autorità cittadina risponde presente: il vice sindaco Michel Bertini ha dichiarato la sua disponibilità a discutere le proposte emerse dall’inchiesta.

Ecco quindi che l’anima ortolana del Ticinese si dimostra più viva che mai a dimostrazione che il codice genetico potrà anche essere modificato ma che non cambierà mai veramente nel fondo.