Numero 5/2017

Quando i carcerati rilegavano i nostri quaderni

Editoriale a cura di Giorgio Passera

La sera del 27 settembre scorso sono stato invitato dal Direttore Felice Pellegrini in cima al San Salvatore per una simpatica chiacchierata in occasione dell’inaugurazione di una nuova mostra intitolata La storia della Funicolare San Salvatore dagli albori
del progetto nel 1870 ai giorni nostri. È stata l’occasione, oltre che di prendere visione in anteprima di questo nuovo percorso, per una simpatica chiacchierata tra Pellegrini ed il sottoscritto.
Felice ed io abbiamo in comune parecchie cose, la prima delle quali è l’essere nati e cresciuti nel quartiere luganese di Molino Nuovo, una vera e propria città nella città che un tempo difendeva orgogliosamente la sua originalità, la sua quasi autonomia da una Lugano sentita spesso come un altro mondo.
Sia Felice, sia io, quando il quartiere non era ancora costruito e devastato come ora, vedevamo da casa nostra il gigantesco panettone e mai e poi mai avremmo immaginato un futuro che a Pellegrini ha riservato un traguardo professionale prestigioso e a me la possibilità di evocare la nostra più bella e suggestiva montagna. Il tema che abbiamo concordato era in sostanza quello dei ricordi che il San Salvatore evoca in noi, con particolare attenzione al periodo delle scuole elementari.
Io, per preparare il mio discorsetto, ho usato un metodo che a suo tempo avevo usato per scrivere Via Beltramina 20, e cioè sono andato a rileggere i temi scritti tra la prima e la quinta elementare alla ricerca di frasi, suggestioni e citazioni relative alla montagna.
Un metodo che mi ha consentito di trovare abbastanza facilmente notizie, emozioni e impressioni di prima mano, senza fare troppi sforzi di memoria che, ad una certa età si rivelano per lo più infruttuosi e spesso danno risultati scarsi e si prestano facilmente ad errori di prospettiva. In sintesi ho trovato considerazioni coerenti che descrivevano il San Salvatore come un monte alto, lontano e costantemente velato da nebbie e nuvole. Un qualcosa di irraggiungibile, almeno per qualche anno, un oggetto che più che vedere in
modo chiaro era intravisto. Poi arrivò il mese di novembre del 1960, quando con la mia classe andammo in passeggiata scolastica proprio in cima al monte. Andata in funicolare e discesa dapprima a piedi a Ciona e poi in auto postale fino a Lugano. Riprendendo
in mano i 5 volumi che contenevano i quaderni scolastici, che conservo ancora in ottimo stato nella mia libreria, mi sono ricordato di un dettaglio che avevo quasi rimosso dalle mie memorie.
I nostri quaderni, a metà giugno, quando chiudevano le scuole, finivano in prigione. Nel senso che venivano portati nel carcere di Lugano, un tempo situato ancora in centro città, zona via Bossi, prima del trasferimento dell’istituto alla Stampa. Qui, per tutta
l’estate alcuni carcerati lavoravano e a settembre ci facevano trovare sui banchi delle Scuole di Molino Nuovo i volumi rilegati. Copertina cartonata, dura color rosso o blu con il nostro nome e la classe scolastica scritti in oro. Mi ricordo che questa circostanza per noi allievi era occasione di lunghe e ingenue e leggermente esaltate discussioni.
Che faccia avevano questi carcerati? Barba lunga, cappello a strisce bianche e blu in testa, con una uniforme uguale e magari una pesante palla al piede, grossa a seconda dei delitti commessi.
E che razza di colpe espiavano lì dentro? Mi rendo conto adesso che questa iconografia era dovuta a certe nostre letture, Topolino in primis con quelle simpatiche canaglie che componevano la terribile Banda Bassotti. E poi nelle mie ricognizioni sui vecchi  documenti ho ritrovato un ricordo relativo a mio padre, che si era sempre vantato di essere un buon ciclista. Uno che, in gioventù, prendeva la bici, la domenica mattina, in compagnia di alcuni amici e via fino in cima al San Gottardo.
Un percorso niente male, se pensiamo che le bici un tempo non erano né elettriche, né leggere come quelle che vediamo oggi. E poi tornavano a casa ancora in giornata certamente non belli freschi, ma comunque in grado di riprendere tranquillamente il lavoro il giorno dopo in Posta, magari per il turno del mattino alle 4… Mio padre mi raccontava che durante l’inverno, se il tempo era clemente, la stessa banda andava a fare ul gir dal munt (non dal mund che sarebbe forse stato eccessivo).
E quel munt era il San Salvatore, non c’era bisogno d’altro, il monte per antonomasia era lui! Chissà se si dice così ancora oggi.